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Come eri vestita?

“Com’eri vestita? – Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale” questo è il titolo della mostra esposta presso il Municipio 7 fino dal 3 all’11 novembre.

“Com’eri vestita? “, questa la tipica domanda che le donne vittime di stupro si sentono chiedere da chi raccoglie le loro, testimonianze. E proprio da questa assurda domanda gli studenti dell’University of Arkansas hanno preso spunto per questa mostra.

Promotori di questo progetto furono Mary Wyandt-Hiebert, docente alla University of Arkansas, e Jen Brockman, direttrice del Sexual Assault Prevention and Education Center presso la University of Kansas, su ispirazione della poesia ‘What I was Wearing’ di Mary Simmerling. La mostra fu esposta per la prima volta all’Università dell’Arkansas dal 31 marzo al 4 aprile 2013.

Lo scopo principale della mostra “What Were You Wearing?” è la promozione di una maggiore consapevolezza sulla violenza sessuale e la necessità di combattere la colpevolizzazione secondaria delle vittime. Non è l’abito che si ha indosso che causa una violenza sessuale, ma è una persona che causa il danno. Essere in grado di donare serenità alle vittime e suscitare maggiore consapevolezza nel pubblico e nella comunità sono le vere motivazioni del progetto.

Jen Brockman

Paola Cortellesi recita la poesia ‘Cosa indossavo’

A Milano, la mostra è stata ripresa e contestualizzata da “Cerchi d’Acqua”, Centro Antiviolenza che supporta le donne vittime di stupro offrendo percorsi di elaborazione del trauma e partendo dal presupposto che ogni donna abbia in sé la forza e le risorse per uscire dalla violenza.

Questa mostra, un vero e proprio pugno nello stomaco, dal 2018 sta facendo il giro d’Italia con quegli abiti “da stupro” che stanno colpendo la coscienza di tanti.

Infatti, la mostra, inaugurata a Milano, dal 25 novembre 2018, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza alle donne, si è messa in movimento lungo tutta la penisola, attraversando i centri antiviolenza del territorio nazionale, grazie anche al sostegno di D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza, di cui Cerchi d’Acqua è socia fondatrice.

È DIFFICILE RACCONTARE LA VIOLENZA: MA QUANDO UNA DONNA PRENDE PAROLA, LO FA PER TUTTE

Una mostra in cui i vestiti esposti rappresentano quelli indossati durante la violenza subita e sono accompagnati da brevi frasi usate dalle donne nel racconto delle loro brutte esperienze.

Obiettivo di questa mostra è la confutazione di alcuni stereotipi spesso applicati alla violenza sessuale, primo tra tutti l’idea che l’abbigliamento possa esserne la causa oppure che l’atteggiamento e il comportamento della donna possano averla provocata, spostando l’attenzione su chi subisce violenza e non su chi la pratica.

Troppo spesso infatti la domanda “Cosa indossavi? Com’eri vestita?” sottende una sfumatura accusatoria, come a dire “te la sei un po’ cercata…”. Uno tra gli stereotipi che tuttora persistono e che rivolgono i riflettori su chi subisce violenza e non su chi la agisce. Una semplice domanda che fa breccia nel cuore di uno dei miti più duraturi della nostra storia.
Un quesito universale, che viene posto in qualunque paese del mondo. Per questo è necessario promuovere un cambiamento culturale: la violenza sessuale non può essere eliminata cambiando look, o più semplicemente abito.

“…Se solo fosse così semplice, se solo potessimo porre fine agli stupri semplicemente cambiando vestiti…” recita la bellissima poesia “What I was Wearing”

Mary Simmerling.

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NON È MAI UNA QUESTIONE DI VESTITI E CAMBIARLI NON POTRÀ MAI PORTARE PACE E CONFORTO ALLE SOPRAVVISSUTE

”Nell’intento di rappresentare una realtà più vicina al nostro mondo, “Com’eri vestita?” affronta il tema della violenza sessuale includendo aspetti poco presenti nell’immaginario collettivo. Attraverso un indumento si racconta di violenza, molestie, stupri e abusi subiti da parte di estranei o partner occasionali, ma più frequentemente dal compagno di una vita che non accetta un “NO”, oppure da una fidata figura familiare, nelle sicure e insospettabili mura domestiche.

È in questo contesto che va inquadrato il fenomeno della violenza alle donne, che spesso trova nell’opinione pubblica le più diverse giustificazioni. Così, se gli aggressori sono sconosciuti, ci si chiede perché la donna non sia stata prudente; se sono conoscenti, ci si chiede se abbia provocato e in che modo lo abbia fatto; se sono mariti o partner si imputa la violenza all’eccessivo amore, alla gelosia o al raptus di follia. La mostra vuol essere quindi un momento di riflessione e una risposta tangibile a uno dei pregiudizi più pervasivi della nostra società, a partire dalle parole delle donne accolte da Cerchi d’Acqua.

Questo giudizio assolutorio “Se l’è cercata” è ancora molto presente nelle riflessioni su questi temi, come se ci trovassimo di fronte a uomini incapaci di autocontrollo e di capacità inibitorie di atti violenti. Uomini ancora in preda a un istinto animalesco, irrefrenabile, succubi di uno stato di natura che prevale su uno stato di civiltà, di diritto, con regole e valori condivisi. Una prevaricazione e una dominazione sul genere femminile, una normalizzazione e una celebrazione di una mascolinità tossica, di stampo patriarcale. Permane la sensazione di un modello maschile che si trincera dietro un alibi, rivendicando un diritto atavico, un potere assoluto sulla donna e sul suo corpo. Solo un oggetto si può possedere, non un essere umano, per cui la disumanizzazione e l’oggettivazione sono funzionali a questo meccanismo.

Da queste gabbie di genere maschili e femminili dobbiamo liberarci e questa mostra potrebbe essere una maniera plastica per sollecitare un interrogarsi realistico sulla violenza, sull’incapacità tuttora esistente nel voler esaminare le radici della violenza nella loro verità, senza spostare le responsabilità altrove e ribaltare i piani. Questo passaggio è fondamentale per poter prevenire la violenza e non lasciare che le cose proseguano senza nessun cambiamento significativo. Mutare mentalità, mutare lo status quo, smontare stereotipi per migliorare ciò che non funziona adeguatamente.

Ogni giorno dobbiamo impegnarci, ciascuno/a nel proprio ambito e ruolo, per porre fine alla colpevolizzazione delle vittime di violenza, affinché ci sia pieno rispetto e ascolto delle donne e soprattutto si creda loro.

Articolo di Simona Sforza, contatti:

– mail [email protected]

– Facebook: facebook.com/SimonaSforzaperilMunicipioMilano7

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